Smartwork, easy economy, telelavoro, lavoro agile, lavoro a distanza. Più parole, sempre la stessa domanda: noi, siamo pronti al cambiamento?

Smartwork, easy economy, telelavoro, lavoro agile, lavoro a distanza. Più parole, sempre la stessa domanda: noi, siamo pronti al cambiamento?

Quello dello smartwork, oggetto fra l’altro di una legge da poco depositata in Parlamento, è uno dei temi più discussi. Come riorganizzare il lavoro per vivere meglio? Non solo. Come riorganizzare il lavoro per lavorare meglio, essere più produttivi, risparmiando tempo? E inoltre, il mondo dei social network e la tecnologia possono creare uno spazio di condivisione per evitare l’isolamento di chi lavora da remoto?

Applicato da grandi multinazionali e da aziende di diversi settori, la definizione di smartwork più corretta è un ibrido tra classico lavoro in azienda e lavoro da casa che cerca di prendere il meglio da entrambe le esperienze per raggiungere diversi scopi.

In principio fu Larry Page, numero uno di Google: “Per essere felici si deve lavorare meno. L’idea che tutti debbano lavorare freneticamente è semplicemente non vera”. Poi a passare dalle parole ai fatti è stato di recente Richard Branson, fondatore dell’impero Virgin (palestre, emittenti radio, compagnie aeree, etichette discografiche e molto altro): per i suoi dipendenti in Usa e Uk ha abolito l’orario di lavoro. Perché “contano i risultati, non le ore che passi in ufficio”. Ora anche Microsoft in Germania: “Per lavorare bene, momento e luogo non sono essenziali”. E Branson di Virgin è già oltre: “Incoraggerò anche le aziende controllate a fermare il conteggio dei giorni di vacanza”.  

Parliamo di flessibilità del lavoro, non contrattuale. E parliamo di mentalità e di responsabilità.

Paola Cavallero, ex General Manager Nokia, oggi Direttore Marketing & Operations, Microsoft Italia, raccontando la realtà di Nokia “dove il lavoro da remoto è per cultura aziendale sempre stato usufruito dai dipendenti: nessuno è tenuto a timbrare in Nokia” diceva anche che “Il rischio della troppa flessibilità potrebbe portare al troppo lavoro, rischio di non staccare mai. La cultura è quello che fa la differenza, non tanto la legislatura o la tecnologia”.

Solo una rivoluzione del mercato del lavoro può cambiare l’Italia e il primo passo si chiama smartwork. A voler dare una definizione precisa, basterebbe pensare alla traduzione: lavoro agile, leggero, flessibile legato all’uso della tecnologia che già fa parte della vita quotidiana, internet su tutti. Non più un lavoro legato a luogo e orario preciso, fisso, statico e obbligato, ma un nuovo modo di concepire la professionalità, legandola ai risultati piuttosto che alle ore passate in ufficio.

Il concetto è alla base anche della riforma del Job Acts del governo Renzi. Molte nazioni del Nord Europa lo praticano da tempo, mentre in Italia lo smartwork sembra solo agli inizi.

Lo smartwork non è necessariamente e solo il telelavoro, ossia un’occupazione di tipo telematico che si può svolgere da casa in libera professione. È anche quello certo, ma è soprattutto un nuovo modo di vivere il lavoro, svincolando la produttività da un luogo fisico fisso e da orari prestabiliti.

Si punta sulla flessibilità che consente una migliore gestione della bilancia famiglia-lavoro e, non da ultimo, aumentare la produttività del lavoro.

Una ricerca dell’Ocse sul lavoro nei Paesi dell’Unione Europea ha però certificato un dato sconfortante per il nostro Paese: in Italia si lavora più che all’estero, ma si guadagna di meno.

A questo riguardo Vi invitiamo a leggere il nostro Focus sullo Smart Work, cliccando qui.

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